Sep 23 2016

Altri spunti e un’udienza

Le iniziative organizzate durante i tre giorni contro la Sorveglianza Speciale a Venezia hanno voluto aprire degli spazi di discussione attorno a questa misura, ai criteri con i quali ne viene decisa l’applicazione e alle possibilità che può aprire la decisione di non sottostarvi. Particolarmente interessante è stato il confronto su quest’ultimo tema, grazie anche all’intervento di alcuni compagne e compagni che hanno affrontato, in passate occasioni, la decisione di violare dichiaratamente le misure cautelari a loro imposte.

La condivisione di esperienze di lotta concrete in merito ha fatto sì che buona parte del discorso rimanesse incentrato sugli aspetti più strettamente tecnici e pratici di questa scelta. Spunti di riflessione preziosi in quanto, ci si è accorti, riguardo alla sorveglianza manca quasi completamente una “letteratura di riferimento” in grado di fornire un quadro altrettanto concreto.

Tenendo conto delle differenze che intercorrono tra i contesti di lotta, come tra una misura cautelare e una preventiva, o tra le motivazioni che spingono qualcuno a decidere se violare o meno un’imposizione, appare difficile inserire tutte queste scelte in una stessa cornice. Auspicabile è invece mantenere un piano di dialogo costante tra chi si sta interrogando sulla questione, mettendo in comune esperienze e pratiche che, se non sul se, possono fare la differenza sul come farlo, nella maniera più efficace.

La possibilità di non sottostare a una misura apre un campo di intervento rimasto, fino ad ora, praticamente inesplorato: se ben giocata può infondere maggiore forza a una lotta, alla solidarietà verso chi ne è colpito, come alla sua personale determinazione. Sarebbe però un errore concepirla come qualcosa di replicabile a prescindere, troppe sono le variabili in gioco per poter pensare di uscirne con un “si fa così” valido per chiunque.

Poichè la scelta della violazione porta inevitabilmente all’assunzione, non solo individuale, delle sue conseguenze è indispensabile che questa parta da una riflessione sui propri limiti, sulle potenzialità ancora da esprimere e su quei margini di solidarietà che si intende allargare.

Il giorno dell’udienza ha visto una massiccia presenza di forze dell’ordine davanti al Tribunale e nei pressi del carcere, un dispositivo messo in campo fin dal giorno precedente. Mentre si svolgeva un presidio solidale nel quartiere di S.Marta, la giudice relatrice elencava nuovamente tutti gli episodi ritenuti sintomatici della pericolosità sociale del soggetto, compreso l’ultimo regalo della Digos consegnato in tutta fretta durante la pausa pranzo: lo scritto in cui il compagno dichiara di non voler sottostare all’eventuale convalida della sorveglianza. Documento che, seppur presentato fuori tempo massimo e in maniera non “convenzionale”, viene accettato in quanto “fortemente indicativo della sua personalità”.

Al momento in cui scriviamo il Tribunale non si è ancora espresso riguardo alla richiesta.

Seguiranno aggiornamenti a riguardo e sulle prossime iniziative.

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Sep 17 2016

Perchè no (?)

Questo testo è stato scritto dal compagno sottoposto alla richiesta di Sorveglianza Speciale. Per continuare la mobilitazione ricordiamo il prossimo appuntamento del 20 settembre, giorno dell’udienza, dalle ore 10 a Santa Marta, Campo dei Sechi.


Lo scorso 9 giugno, pioveva ed era l’inizio di un gioioso giovedì, la polizia anticrimine di Venezia ha notificato a chi scrive la richiesta di Sorveglianza Speciale di Pubblica Sicurezza. Un nome da pessimo film-noir che designa la misura di prevenzione più gravosa prevista per chi, come nel mio caso, appartiene alla categoria di persone sospettate di “essere dedite alla commissione di reati che mettono in pericolo l’integrità fisica o morale dei minorenni, la sanità, la sicurezza o la tranquillità pubblica”. Minorenni e lsd negli acquedotti a parte, la richiesta in questione è costruita mettendo insieme una lunga serie di fatti riguardanti la mia persona dal 2008 in avanti, rilevanti o meno da un punto di vista penale, e delle considerazioni generali della Questura tese a dimostrare la mia “pericolosità sociale”, requisito fondamentale per l’applicazione di ogni misura preventiva. Un elenco di “indizi e sospetti” che, oltre a ricordarmi un certo numero di bei momenti altrimenti passati nel dimenticatoio, sono definiti “altamente sintomatici”, con piena appropriazione del linguaggio medico, di una patologia a cui la polizia si sta prodigando a trovare una cura.

Ora, che la mancata lealtà verso l’ordine costituito venga perseguitata anche tramite la costruzione di un immaginario di “devianza” non è più una novità dai tempi dell’Inquisizione ma, prerogativa squisitamente democratica spruzzata di stalinismo, la Sorveglianza fa un passo ulteriore: si propone di mettermi da parte per il mio bene, oltre che per preservare “la pacifica coesione sociale tra le parti”.

Nelle 16 pagine di morbosa e voyeuristica compilazione non è dato sapere quale tipo di coesione sociale tra le parti sarebbe da preservare, se quella tra sfruttati e sfruttatori o, ad esempio, quella tra i detenuti e i loro carcerieri o, per non andare troppo in là, quella tra i ricchi di questa città e chi è costretto ad andarsene.

Così la mia partecipazione ai cortei No Tav in Val di Susa, o a molti presidi sotto il carcere di Santa Maria Maggiore, sarebbero sintomi di pericolosità non di per sè stessi, ma in relazione all’ aver abbandonato gli studi o al non possedere un contratto di lavoro stabile. Conseguentemente, con peloso quanto insopportabile paternalismo, viene proposta una guarigione attraverso quella che è, a tutti gli effetti, una pena senza reato.

Il giudizio del Tribunale del Riesame, che si esprimerà sulla convalida della misura il prossimo 20 settembre in mancanza di dati giuridici oggettivi, non potrà quindi che avere un carattere essenzialmente psichiatrico: ad essere valutate saranno le intere condotte della mia vita, sulla base della suggestione proposta da chi, per mestiere, la spia dal buco di una serratura.

La Sorveglianza, una volta convalidata da un giudice, impedisce la frequentazione di assemblee e locali pubblici, quella delle bettole e delle osterie, obbliga il sorvegliato a stare a casa dall’alba al tramonto e, una specifica del mio e di altri casi, a non lasciare il proprio comune di residenza. Inoltre poichè la Sorveglianza vieta l’incontro con pregiudicati e destinatari di misure di prevenzione, ed essendo praticamente la totalità dei miei compagni affetti da fogli di via o avvisi orali, l’effetto (o lo scopo?) di questa misura sarebbe quello di isolarmi completamente dalle persone con cui ho scelto di vivere e lottare. Il tutto per due anni.

In mancanza di altri strumenti legali per mettermi fuori gioco, la Questura di Venezia cerca di farmi fare lo sbirro di me stesso, delegandomi il controllo delle mie abitudini e delle mie frequentazioni, sotto il costante ricatto di commettere una violazione punibile con la reclusione da 1 a 5 anni.

Un ricatto inaccettabile e un ruolo che non intendo ricoprire.

Per questi, e per molti altri motivi, voglio dire ai miei amici e ai miei compagni che, qualora il giudice dovesse confermare questa misura, non ho nessuna intenzione di sottostarvici. Portare fino in fondo questa scelta significa necessariamente assumersi le conseguenze che potrebbe comportare, non ultima la reclusione. Una prospettiva che non mi fa più paura di passare i prossimi due anni a stare attento a chi incontro per strada, lontano da tutte le cose che faccio, cercando di vivere come la polizia ha detto che dovrei. Del resto, come ci hanno dimostrato le lotte dei detenuti dell’ultimo anno, il carcere non è la fine di niente.

Nei tanti contesti di lotta che ho avuto la fortuna di attraversare ho sempre pensato che l’essenziale, ciò che rende uno slancio generoso realmente rivoluzionario, fosse quanto di noi da quei momenti non sarebbe più tornato indietro come prima. Quante ansie e barriere saremmo riusciti a lasciarci alle spalle, dischiudendo altre possibilità dove prima avremmo visto solo muri.

Più di qualcuno, prima di me, si è trovato per scelta o per necessità ad affrontare a viso aperto lo spinoso terreno della repressione cautelare e preventiva, avendo il coraggio di aprire nuove strade che restano ancora per molti versi inesplorate. Al di là dell’efficacia o meno di questo tipo di risposta, il merito è stato senz’altro quello di rivelare un nuovo campo in cui è possibile battersi, proprio lì dove sembrava più difficile (o nessuno aveva ancora pensato di andare).

Proseguire su questa strada non sarà, per forza di cose, un affare soltanto mio. Ritengo sia imprescindibile un confronto, fra compagni e non, su cosa significa continuare con ciò che si sta portando avanti nonostante le imposizioni poliziesche, e come far fronte ai rischi che comporta la loro violazione trasformandoli, per quanto possibile, in altrettante occasioni di rilancio.

Per ora, semplicemente, intendo proseguire questa discussione non temendo di incontrare i miei affetti, seduto al tavolo di qualche bettola e senza l’ansia di dove tornare a casa la sera.

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Sep 9 2016

Oggi a Santa Maria Maggiore

Più o meno un anno fa iniziava, nel carcere di Santa Maria Maggiore, una mobilitazione auto-organizzata, proclamata come “sciopero”, che sarebbe durata il tempo di una settimana.

Oggi la quotidianità tra le mura del carcere veneziano appare decisamente cambiata. La vita dei detenuti vede concretizzate alcune piccole migliorie reali, a scapito di quell’atmosfera di complicità e di quella voglia di lottare che ha caratterizzato l’estate scorsa. In questa affermazione riportiamo l’opinione di chi, dal vivo del carcere, ha assistito a questa parabola, senza alcuna pretesa di giudizio oggettivo.

Per adeguarsi ai rilievi sollevati dall’ispezione del garante nazionale per i diritti dei detenuti, resa pubblica lo scorso 20 giugno, sappiamo che molte celle sono attualmente in fase di ristrutturazione, mentre sono stati acquistati dei tavoli da ping-pong (di cui uno per le guardie..), snellite le procedure per colloqui e telefonate e aggiunti dei canali alla televisione.

Il miglioramento più significativo riguarda però l’estensione dell’orario di apertura delle celle, prolungato per il periodo estivo fino alle ore 20.00. Senz’altro la novità più direttamente collegabile alle lotte dello scorso anno, iniziate proprio in seguito alla chiusura delle celle per motivi disciplinari.

Nel frattempo, qualche giorno addietro, è uscita la notizia che alcune guardie, intervenute pare per sedare una rissa, siano state fatte oggetto di lanci di urina e oggetti.

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Sep 4 2016

Una proposta per il prossimo 16/9

Il testo che segue è una proposta di discussione, rivolto a tutti e a tutte gli interessati, per l’incontro che si terrà a Venezia il prossimo 16 settembre, in merito alle iniziative contro la richiesta di Sorveglianza Speciale ai danni di un compagno.


La richiesta di Sorveglianza Speciale formulata dalla Questura di Venezia ai danni di un compagno chiude idealmente quel cerchio di misure preventive iniziato un anno fa nella città lagunare, con l’emissione di una quarantina di fogli di via e di tre avvisi orali. Una strategia volta ad allontanare chi prende parte in una lotta dal contesto in cui vive, isolandolo dai propri legami e affetti. Questi provvedimenti spesso pesano sulla vita di chi ne è destinatario più delle eventuali condanne penali per i reati che le motivano, sempre ammesso che questi siano sostenuti e comprovati in sede processuale. 
Un discorso simile lo vediamo concretamente realizzarsi nel gran numero di misure cautelari che tante procure, quella di Torino su tutte, affibiano agli indagati di inchieste che, altrettanto spesso, finiscono con un nulla di fatto o con la caduta di buona parte dell’impianto accusatorio. Misure che risultano esse stesse essere il fine della repressione poichè, con effetto immediato, impongono restrizioni in molti casi più gravose e durature della pena.
Recentemente qualcuno, con coraggio, ha messo in dubbio l’inviolabilità di queste misure disobbedendone ai dettami, mettendo in conto l’eventualità concreta di finire in carcere o agli arresti domiciliari. Due compagni, attivi sul fronte No Tav in Val di Susa, sono attualmente detenuti alle Vallette di Torino per aver portato questa decisione fino in fondo.  
Scelte di cui potremo valutare l’efficacia nel prossimo futuro ma che, guardando all’oggi, aprono possibilità inedite nei tanti modi di affrontare la repressione. 
Ci interesserebbe aprire uno spazio di confronto attorno a questo modo di organizzarsi, consapevoli che il “se” e il “come” farlo, pur partendo da una presa di posizione individuale, possono trovare riscontro solamente in una forza comune e nella volontà di produrre un avanzamento della lotta in tal senso. Per fare questo è necessario dotarsi dei mezzi, materiali e immateriali, per non lasciare solo chi viene colpito ma, soprattutto, per far sì che questa possibilità diventi solida, efficace e alla portata di tutti e tutte.
Per iniziare a discutere di questo e di molto altro ci vediamo venerdì 16 settembre, alle ore 16 all’Ex Ospizio Occupato.
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Aug 25 2016

Tre giorni contro la Sorveglianza

Una proposta. Tre giorni di discussione e iniziative contro la richiesta di Sorveglianza Speciale. Tre spazi di confronto e possibile azione.

A Venezia, il prossimo 16, 19 e 20 settembre.

Sempre contro ogni galera, con o senza sbarre.

 

Troverete tutti i materiali fin’ora prodotti sulla questione (volantini e manifesti scaricabili) a questo indirizzo.

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Aug 3 2016

Un anno dopo

Lo scorso 29 luglio, nell’anniversario della prima rivolta di Santa Maria Maggiore, la Questura di Venezia ha formalmente notificato la chiusura delle indagini per i fatti accaduti all’esterno del carcere veneziano lo scorso anno. Ai 25 indagati vengono contestati reati che vanno dall’oltraggio a pubblico ufficiale al danneggiamento, reati che sarebbero stati commessi nelle giornate del 29 e 30 luglio, 21 agosto, lo sciopero di settembre e il 3 ottobre.

Ricordando quelle fantastiche giornate, esprimiamo solidarietà totale a tutti e tutte gli indagati!IMG_0456


Aug 2 2016

Ancora qua

Si è da poco conclusa la quinta edizione della Sagra Marziana. Una festa attraversata da centinaia di persone, nata quest’anno tra qualche difficoltà legata alle (tentate) imposizioni questurine.

Ringraziando tutte le persone che hanno contribuito alla perfetta riuscita dell’evento, qui sotto trovate qualche foto e, per chi se lo fosse perso, uno dei testi distribuiti durante le serate.


Ancora qua

Con l’aria, col sole
Con la rabbia nel cuore
Con l’odio, l’amore
In quattro parole
Io sono ancora qua

-Vasco Rossi-

Quest’anno la Sagra Marziana è arrivata alla sua quinta edizione. Un’avventura partita quasi per scherzo, tra una chiacchiera e un bicchiere di vino in un’orticello appena piantato, tra il muro che divide Santa Marta dal resto della città e il fumo delle navi da crociera. Un’avventura che, all’inizio, sembrava impossibile: far ritornare al meglio una vecchissima festa di quartiere, con molta buona volontà ma con pochissimi mezzi materiali ed economici. Un’idea che è riuscita a concretizzarsi solo grazie all’aiuto di un grandissimo numero di persone, di storie che hanno saputo incrociarsi, di incontri formidabili avvenuti al momento giusto.

Lo spirito con cui abbiamo cercato di affrontare l’organizzazione della Festa è sempre stato quello di non limitarsi a un pur sacrosanto “magna e bevi”, ma di portarvi, per quanto possibile, una visione e una maniera di vivere il quartiere lontana dalle logiche economiche dominanti. La ricerca costante di uno stare assieme che mettesse al centro il mutuo appoggio, l’amicizia, la solidarietà tra chi è nato o chi ha scelto di abitare in uno dei pochi angoli di Venezia tagliati fuori dal passaggio dei flussi turistici.

Uno sforzo che abbiamo sempre voluto non limitato a questi pochi giorni di fine luglio, ma a una quotidianità altra, per forza di cose antagonista a gran parte di ciò che ci passa sotto gli occhi tutti i giorni.

Per queste ragioni giusto un anno fa, mentre fervevano i preparativi della scorsa edizione, non ci abbiamo pensato due volte prima di recarci sotto le mura del vicino carcere di Santa Maria Maggiore, scosso in quei giorni da una rivolta scoppiata a causa del sovraffollamento e delle pesantissime condizioni di reclusione, per portare un po’ di solidarietà ai detenuti.

Un gesto che è costato a una trentina di persone un foglio di via dal Comune di Venezia, un provvedimento di allontanamento totalmente discrezionale, che può venire emesso dal Questore anche in assenza di reati o processi specifici. Un gesto che, per il valore che ha avuto, continueremo a fare mille altre volte.

Molte delle persone colpite da questi odiosi provvedimenti sono, o sono state, parte integrante nell’organizzazione della Sagra Marziana e di altri momenti di incontro in quartiere. Insieme si è deciso di violare questi provvedimenti, di non sottostare al ricatto questurino e di continuare con ciò che si stava portando avanti, ritenendo i propri affetti e i legami intessuti con il territorio più importanti di qualsiasi imposizione poliziesca.

Una scelta che costerà in termini di denunce e processi, ma che rivendichiamo in pieno.

Recentemente il Questore, evidentemente non soddisfatto dal “risultato”, ha anche richiesto l’applicazione della sorveglianza speciale per un’altra persona, anch’essa attiva da anni nell’organizzazione della festa. Una misura che, qualora venisse approvata, imporrebbe l’obbligo di soggiorno per due anni nel comune di Venezia, l’obbligo di rientro notturno e il divieto di incontro con pregiudicati o soggetti destinatari di misure di prevenzione, oltre al divieto di frequentare assemblee e luoghi di ritrovo. L’udienza che deciderà in merito all’applicazione di questa misura è stata fissata per il prossimo 20 settembre.

Pensiamo sia utile e necessario, per tutti, far nascere di continuo momenti di confronto e di scambio sulle questo tipo di misure repressive. Non per piangersi addosso, o per riscuotere formali attestati di solidarietà, ma per trovare insieme nuove maniere di affrontarle, partendo dai luoghi in cui si vive e da ciò che già si fa.

Partendo da momenti come questa festa.

Qualche marziano bandito dal pianeta terra

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Jul 16 2016

Dalla quarta sezione

Riportiamo una lettera arrivata dal carcere San Pio X di Vicenza, firmata da alcuni detenuti della quarta sezione. La richiesta di diffusione di questo scritto nasce dalla necessità di far conoscere il comportamento delle guardie durante l’incendio di quattro giorni fa, guardie che avrebbero volontariamente omesso di soccorrere un detenuto asmatico svenuto per il denso fumo in sezione.

Nello scritto si fa anche riferimento ad un altro incendio, avvenuto tre giorni prima.

Il testo è riportato in maniera integrale, con l’aggiunta di qualche elemento di punteggiatura e un’ortografia normata. La sintassi è invece totalmente originale.


Noi detenuti della 4a sezione testimoniamo con questo foglio che la notte del 12/07/16 verso le ore 22 circa è stato dato fuoco a un lenzuolo che ha causato fumo sintetico [sic], e poi sono state avvisate le guardie di intervenire con un modo rassicurante, per spegnere l’incendio e di bagnare tutta la cella, così il detenuto che si trovava dentro non poteva appiccare il fuoco di nuovo.

Ma non è stata una richiesta per la nostra sicurezza e vita ed infatti fu [sic] incendiata di nuovo la cella con i materassi di prodotti chimici, cosa che ha riempito tutta la sezione di fumo sintetico e molto tossico. A quel punto le guardie spengono il fuoco e ci fanno uscire per le scale. Un’ora dopo qualcuno di noi si accorge dell’assenza di E. che tutti sappiamo che soffre d’asma visto che è stato intossicato e ha respirato [il fumo di un] incendio di un cuscino la sera del 9/7, cioè tre giorni prima.

E solo un’ora dopo quest’ ultimo incendio sono andati a portare E. che era svenuto, e noi tutti eravamo al cancello.

Come si fa a non intervenire e spegnere il fuoco subito causati detenuti e cercare di non farci intossicare?

Come si fa ad abbandonare un detenuto che soffre di asma respiratoria quando tutte le guardie sono a conoscenza del suo problema ? Poi abbiamo visto che e assistito a questa cattiva azione , sappiamo che sono andati subito all’ospedale per disintossicarsi , speriamo che diano a noi il modo di disintossicarsi, visto che abbiamo respirato la stessa aria delle guardie.

Vi ricordiamo che siamo esseri umani anche noi!!

Seguono le firme di 17 detenuti della quarta sezione

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Jul 14 2016

Sette anni, sette mesi

E’ arrivato ieri a sentenza il processo a carico di alcuni secondini di Santa Maria Maggiore, accusati di omicidio colposo per la morte di Cherib Debibjavi, avvenuta nel 2009 all’interno del carcere veneziano.

Cherib, dopo essere stato salvato dai propri compagni di cella da un tentativo di suicidio, si è impiccato il giorno seguente dopo essere stato sbattuto nella cella 408, la famigerata “liscia” (una stanza priva di suppellettili e di arredi), con la sola compagnia di una coperta che ha usato come corda. La sua storia, anche grazie alle coraggiose testimonianze di altri reclusi che l’hanno fatta uscire, ha iniziato a portare l’attenzione sulla sadica amministrazione del carcere veneziano, sviluppando una sensibilità alla solidarietà che ha saputo riflettersi fino agli ultimi eventi.

Ieri, dopo 7 anni e numerose udienze, sono stati assolti l’ispettore Leonardo Nardino e il vice-sovrintendente Francesco Sacco, accusati di aver presieduto e sorvegliato il trasferimento di Cherib nella “liscia”. Condannato invece a 7 mesi di reclusione, per i reati di omicidio colposo e abuso di autorità, l’ispettore Stefano di Loreto, colui che avrebbe materialmente chiuso la porta della cella, abbandonando il ragazzo a un destino già scritto.

Condannata in primo grado ma già assolta in appello la sorvrintendente capo Daniela Caputo, che avrebbe convalidato formalmente il trasferimento.

Come in altri casi simili la Giustizia assolve sè stessa, preservando intatta la catena di comando e affibiando pene a dir poco simboliche agli esecutori materiali. Pene che suonano come l’ennesimo schiaffo alla memoria di un ragazzo morto perchè finito nelle mani dello Stato.

Chi muore in carcere muore di carcere, scrivevamo dopo il decesso di Manuel a Santa Maria Maggiore nel novembre dell’anno scorso, decesso le cui circostanze rimangono tuttora oscure. Un messaggio che resta ancora valido e pieno di senso.

La giustizia dei tribunali ha fatto il suo corso. Ora non resta che evitare di seppellire ancora una volta Cherib sotto una coltre di oblio e di pacificazione.

E per non dimenticare bisogna, prima di tutto, non perdonare.

liscia

 


Jul 14 2016

Fuoco nel fuoco

Ancora fuochi nel carcere San Pio X, a Vicenza. Un detenuto italiano, esasperato dalle condizioni sempre più critiche di uno dei penitenziari più infernali della regione, avrebbe dato fuoco al materasso della propria cella, intossicando 5 agenti di polizia penitenziaria. Secondo i giornali l’episodio non sarebbe isolato, ma si inscriverebbe in un’escalation, l’ennesima, di violenze ai danni delle guardie e di insubordinazioni iniziate in questi giorni, con l’arrivo del gran caldo. I sindacati di polizia più attivi (i soliti Uil-Pa e Sappe) lamentano come al solito le precarie condizioni di sicurezza in cui sono costretti (?) ad operare, assieme a una cronica mancanza di organico.

Mancanza di organico che si andrà ad aggravare dal prossimo mese. Il 26 luglio prossimo è infatti prevista la visita al San Pio del ministro della giustizia Orlando, che inaugurerà il nuovo padiglione del carcere berico, con 200 posti nuovi di zecca pronti ad essere riempiti. Un progetto, quello del nuovo padiglione, previsto dall’ultimo piano carceri, che in Veneto ha riguardato principalmente la costruzione del nuovo carcere di Rovigo.

Un ampliamento che sicuramente non andrà a risolvere una situazione da più di un anno in costante ebollizione, tra vermi e altri insetti nel vitto, prepotenze delle guardie e rivolte sedate con l’intervento di reparti speciali.

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