Apr 4 2017

Disertare il fronte interno

Un contributo sulla recente operazione antiterrorismo effettuata a Venezia, sul terrore che ne è conseguito e sull’idiozia che ne ha fatto da contorno. Per non perdere di vista il cuore del problema


Il 30 marzo scorso reparti speciali di polizia e carabinieri fanno irruzione in una decina di appartamenti del centro cittadino, arrestando quattro persone di nazionalità kosovara con l’accusa di terrorismo internazionale. Altri tre indagati, con posizioni più marginali, in attesa di essere espulsi dal paese, vengono rinchiusi nel Cie di Torino.

Dopo non poche figuracce, rimediate ai danni di anarchici e presunti “islamisti” con perquisizioni e indagini cadute regolarmente nel vuoto, il pool antiterrorismo della procura veneziana salva la faccia con un’operazione da film in grande stile. Lo fa senza nemmeno aver bisogno di armi o esplosivi con cui scattarsi qualche foto ricordo, dal momento che l’inchiesta in questione si basa esclusivamente su intercettazioni ambientali, pedinamenti e analisi dei profili social degli arrestati. Su idee quindi che, per quanto raccapriccianti, restano tali per ammissione stessa degli inquirenti.

La nostra totale avversità al loro contenuto non può però, in nessun caso, farci trovare zitti di fronte alle mosse e alle narrazioni della controparte.

Un modo di procedere già sperimentato in altre occasioni e che, sotto lo spauracchio della jihad globale, diventa prassi nel silenzio generale. Abbiamo già visto a cosa hanno portato leggi come il Patriot Act di Bush all’indomani dell’11 settembre o, più recentemente, la promulgazione dell’Etat d’Urgence in Francia: schedature di massa, chiusura e controlli alle frontiere, più poteri a sbirri e magistratura. Provvedimenti che, lungi dal proteggere dagli attentati, hanno sempre come bersaglio l’intera popolazione.

Con buona pace di Voltaire e dei “valori di libertà” occidentali, gli stessi che si vorrebbero contrapporre alla “barbarie” islamica, il discorso pubblico seguito agli arresti dei sospetti terroristi ha già dato il peggio di sè. C’è chi implora di avere ancora più polizia e militari nelle strade, ma anche chi auspica la schedatura indiscriminata di tutti gli stranieri presenti sul territorio italiano. Giacchè quella attualmente in vigore, che permette di rinchiudere in veri e propri lager chi non ha i documenti in regola, sembra non più essere sufficiente. Non manca chi, senza timore di apparire ridicolo, propone di non parlare più di queste cose, ché il turismo ne potrebbe risentire. Trovano spazio sui giornali persino le dichiarazioni dell’ex datore di lavoro di due arrestati, condannato a risarcirli per comprovate irregolarità nell’assunzione, che chiede la revisione del provvedimento da parte del Tribunale alla luce degli ultimi sospetti.

L’unico vero terrore provato fino ad adesso è quello verso quest’idiozia collettiva, l’appiattimento totale di ogni intelligenza verso il culto della sicurezza. Culto che è sempre amore per l’autorità e il potere che la rappresenta. Se sono bastate delle parole a risvegliare tutta questa voglia di sbarre e manette, la prospettiva di un reale attentato spaventa oggi più dei morti che potrebbe fare.

Del resto la merda dell’ideologia dell’ IS, che non è altro che ideologia di (un altro) Stato, è pensare di potersi affermare ammazzando indiscriminatamente tra la popolazione. Esattamente ciò che i governi occidentali, con mercenari meglio addestrati e più prezzolati, fanno nel resto del mondo da diversi secoli in nome della democrazia e della libertà. Anche il governo italiano, con la sue politiche internazionali e i suoi colossi nel campo della vendita di armi e tecnologie di guerra come Leonardo-Finmeccanica, non fa eccezione, avendo sempre le mani più sporche di sangue di qualsiasi fascio-fanatico religioso. Finchè tutto questo continuerà a non trovare nessun tipo di opposizione, a trovarci apatici e indifferenti, lo scoppio di una bomba sul ponte di Rialto potrà inorridirci, ma non certo sorprenderci.

Fermare il terrorismo vuol dire fermare la guerra e le sue cause, prima che questa torni indietro a un passo dalle nostre vite sicure. Sabotarla con ogni mezzo prima che altri oppressi perdano la vita, ad Aleppo, a Parigi o nel cuore di Venezia. Un compito che non spetta a sbirri e militari nè a politici di sorta, ma solo a chi sceglie di disertare il fronte interno di quest’ordine assassino.

Antimilitariste e antimilitaristi

 


Mar 9 2017

Succede a Vicenza

Quello trascritto qui sotto è un testo scritto da alcuni amici della persona coinvolta. Oltre che per dargli la massima diffusione lo riportiamo perchè, purtroppo, ben si inserisce nel fosco quadro di politiche securitarie della città berica, di cui abbiamo già avuto modo di parlare prima, dopo e durante le iniziative contro il carcere di fine gennaio.


Succede a Vicenza
Tra lotta agli “abusivi”, caccia al migrante e nottate folli nelle mani dei questurini

Quello che si sta per raccontare è un gesto di denuncia, un atto di solidarietà spiccia a partire da un fatto recentemente accaduto in città. Protagonisti di questa disgustosa narrazione sono alcuni ragazzi di provincia che, al termine di una bella serata passata a festeggiare tra amici, hanno avuto la sfiga di incontrare per puro caso… la polizia.
E’ stata sufficiente una banalissima lamentela in stazione, i toni un po’ accesi perché ti girano i coglioni se vedi l’autobus ignorarti, anche se l’autista ha visto benissimo che hai il biglietto e stai aspettando che si fermi per salire e tornartene finalmente a casa.
E’ bastato così poco per giustificare l’intervento delle forze dell’ordine: intervento insolitamente rapido e, ovviamente, “Muscolare”. Infatti, prima che i protagonisti di questa brutta vicenda avessero il tempo di chiarire agli agenti la situazione, questi ultimi si sono premurati di neutralizzare il più “agitato” del gruppo con l’abbondante utilizzo di spray urticante (è il secondo caso nel vicentino, in cui viene utilizzato questo strumento di “contenzione”).
Ma questa storia non finisce qui! Il giovane intossicato, viene ammanettato e condotto in questura per la stesura del verbale, il foto-segnalamento e la rilevazione delle impronte digitali.
È risaputo e comprovato il fatto che nei meandri oscuri di caserme o prigioni vengono compiute indicibili nefandezze che spesso rimangono ignote, incapaci di penetrare oltre quelle mura di omertà, corroborate dall’indifferenza di una stampa prezzolata che dà ascolto soltanto alle veline dei servi in divisa.
Ma andiamo con ordine: dopo aver prelevato il ragazzo in questione ed averne appurato i precedenti penali, il personale della questura ha ben pensato di dargli una sana lezione di galateo a suon di pugni; non si permettesse più di urlare a quel modo contro gli impiegati della stazione, dopo essere stato provocato e sbeffeggiato da autisti e controllori. Ne seguono due notti in stato d’arresto, rinchiuso in camera di sicurezza con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni private. A ciò si aggiungano le energiche misure cautelari che condannano il colpevole a visitare l’infame luogo in cui è stato picchiato e svilito, almeno tre volte a settimana.
Non stupisce che fattacci del genere si siano verificati in una città medio-piccola del ricco nord est in declino; vetrina costruita ad arte per soddisfare gli interessi di industriali, imprenditori, banchieri e yankee guerrafondai e sostenuta mediante il pressante esercizio di provvedimenti securitari e repressivi.
Non stupisce che episodi simili si riproducano in un contesto all’interno del quale maturano leggi come il daspo urbano e dove il malcontento generale viene canalizzato verso i più poveri ed emarginati dalla propaganda dei vari imprenditori morali, sempre pronti ad invocare maggiore sicurezza a protezione di capitale e proprietà. Un contesto, questo, in cui trovano giustificazione le varie retate condotte in Campo Marzio contro gli immigrati, gli irregolari, i senzatetto e chi non rientra nei canoni perbenisti nei quali si identifica il ceto medio piccolo borghese.

Quello che è accaduto al nostro malcapitato amico poteva accadere a ciascuno di noi. Finire nelle grinfie della polizia, al momento sbagliato!
Poche righe non bastano per descrivere in modo esauriente questa storiaccia i cui risvolti si protrarranno nel tempo. Ciò che preme è, in primis, non far passare sotto silenzio la prassi quotidiana che accomuna indistintamente i tutori dell’ordine, fatta di pestaggi, soprusi, violenze e umiliazioni d’ogni sorta.
Affinché il dissenso non si limiti più a essere mera denuncia.

1312
marzo 2017


Feb 9 2017

Il mostro sotto casa

Dal 1 gennaio Finmeccanica, la prima azienda italiana nella produzione di armamenti e tecnologie di guerra, ha cambiato nome in Leonardo. Un’ operazione di re-branding che, assieme a una riorganizzazione interna delle proprie “divisioni operative”, punta a rilanciare ulteriormente la holding nel mercato della morte industriale.

A Tessera, a due passi dall’aeroporto della “città più bella del mondo”, Leonardo assembla e collauda gli elicotteri NH90, in uso presso la quasi totalità delle forze armate europee, a ritmo di 22 esemplari all’anno. Il contratto stipulato con il solo esercito italiano, per la produzione di 117 velivoli, ammonta a 3,2 miliardi di euro.

L’NH90 è un’arma richiesta per la sua estrema versatilità: è infatti in grado di bombardare obiettivi marini e terrestri, oltre ad essere facilmente convertibile al trasporto delle truppe. Dal 2012 è un mezzo stabilmente impiegato in Afghanistan e, più recentemente, ad Erbil, nel Kurdistan iracheno, dove ha lo scopo di proteggere gli affari della ditta italiana Trevi nel controllo delle locali risorse idriche. Oltre all’NH, il polo di Tessera (ex Officine Aeronavali) provvede alla manutenzione dei C 130, gli aerei da trasporto utilizzati, tra le altre cose, nell’operazione Enduring Freedom del 2001.

Negli ultimi mesi, a fronte della possibilità di licenziamento di alcuni dipendenti di Leonardo, Sindaco, opposizione e sindacati confederali hanno ribadito la necessità degli investimenti della multinazionale delle armi nel veneziano, definendola importante e strategica non solo a livello locale.

Ciò che chiamano lavoro, innovazione e ingegno non è che l’altra faccia di quel massacro organizzato chiamato guerra, un business della morte organizzato e reso sempre più efficiente a pochi passi dalle nostre vite sicure.

Le vittime delle guerre non hanno mai nomi, ma i loro assassini per fortuna sì. Per conoscerli, a volte, basta guardare dietro l’angolo.


Feb 8 2017

Due sabati

Lo scritto che segue è un breve resoconto delle due iniziative messe in campo a Vicenza sabato 28 gennaio e il successivo 4 febbraio. Appuntamenti che hanno dato buoni spunti come sollevato criticità importanti, da cui sarà necessario partire per continuare ad organizzarsi attorno a ciò che succede dentro e fuori il carcere di San Pio X.

Il 28 gennaio ci si è ritrovati a Campo Marzio, ampio parco prospiciente alla stazione dei treni, al contempo punto di grande passaggio e luogo di forte presenza poliziesca. In questa zona, recentemente, sono stati intensificati controlli e retate ai danni dei tanti “irregolari” che la popolano. Negli ultimi due mesi, sono stati almeno 4 i rastrellamenti compiuti dagli uomini dell’appena insediato questore Petronzi, personaggio fin troppo noto per essere stato uno dei principali persecutori del movimento No Tav e dei compagni torinesi. 
Per tutti questi motivi venire qui a parlare di ciò che succede al San Pio X ha avuto molto più senso che altrove: chiameremo carcere non solo le mura che ne ospitano l’istituzione, ma anche tutte quelle maglie di repressione e sfruttamento che portano le celle a riempirsi.
Tramite volantini e microfono si sono ricordate le più recenti problematiche del penitenziario berico: i tre tentati suicidi in due giorni di metà novembre, il suicidio riuscito di Carlo Helt avvenuto appena dieci giorni prima, l’ormai confermata esistenza di una squadretta punitiva di secondini (denominata il “Nucleo”), che si avvale della collaborazione di alcuni infami per “regolare i conti” con i più intransigenti. Il tutto sotto l’egida e la protezione del comandante delle guardie Giuseppe Lo Zito, sindacalista CGIL, già indagato nel 2014 per maltrattamenti e pestaggi ai danni di alcuni detenuti dello stesso carcere. Fatti per i quali oggi 4 agenti della penitenziaria saranno processati con l’accusa di “abuso d’autorità”.
Sabato 4, sotto una pioggia battente, un imponente dispositivo poliziesco ha di fatto impedito l’avvicinamento di qualsiasi solidale al perimetro del carcere. Unico spazio “concesso” per montare l’impianto del presidio una piazzola-parcheggio distante diverse centinaia di metri dalle mura della struttura, troppo distante per pensare di farsi udire in qualche modo dai reclusi. Un’imposizione provocatoria che si è deciso di evitare, preferendo sbucare “a sorpresa” in centro città per guastare la quiete del sabato pomeriggio nella pettinata Vicenza con megafonate, volantinaggi e striscioni in solidarietà ai prigionieri del San Pio X
Una scelta, quella della questura, che esprime chiara la volontà di impedire con ogni mezzo qualsiasi contatto con la popolazione detenuta. Una scelta che si può interpretare con il fatto che, molto probabilmente, al San Pio X vi sono dei grossi punti oscuri non ancora noti, oltre ai problemi già sopracitati.In ultima analisi una presa di posizione netta contro la quale, nei prossimi tempi, sarà necessario attrezzarsi adeguatamente. Consapevoli che l’unica arma che impensierisce chi vorrebbe tenere il carcere di Vicenza sotto una coltre di silenzio è la solidarietà diretta e senza mediazioni.

Gen 18 2017

Due iniziative a Vicenza

Proprio oggi, poco prima di decidere di pubblicizzare le due iniziative di cui sopra, è giunta la notizia di un suicidio al San Pio X di Vicenza. Carlo Helt, 40 anni, accusato di omicidio si è tolto la vita impiccandosi con un lenzuolo alle sbarre della cella. Ciò è avvenuto in un contesto dove i tentativi di suicidio sono praticamente all’ordine del giorno: almeno quattro resi noti dalla stampa negli ultimi due mesi.

Per questo e per molti altri motivi è stato indetto un presidio sotto al carcere San Pio X sabato 4 febbraio. Una settimana prima, il 28 gennaio, si svolgerà invece un’iniziativa di lancio a Campo Marzio, il parco prospicente alla stazione della città berica, teatro negli ultimi tempi di retate contro i tanti “irregolari” e spauracchio nelle locali retoriche sul degrado.

Di seguito trovate il manifesto dell’iniziativa e qualche riga scritta nei giorni scorsi.


VICENZA, due appuntamenti contro il carcere
Dall’apertura del nuovo padiglione “del Papa” la quotidianità all’interno del carcere di Vicenza non ha fatto che peggiorare. I 200 nuovi posti, inaugurati durante l’estate senza un reale adeguamento dei servizi, hanno portato all’aggravamento di una situazione già da tempo critica. Da quanto si apprende i pestaggi e le angherie delle guardie sono all’ordine del giorno, perpetuati tavolta anche attraverso la complicità degli stessi detenuti, opportunamente prezzolati o ricattati dagli agenti. Mentre i sindacati di polizia si lamentano della qualità della mensa, sono almeno tre i casi di tentato suicidio registrati dalle cronache negli ultimi due mesi. Così come si riportano casi di proteste individuali contro ogni tentivo di pacificazione o assopimento.
A finire al San Pio X, ultimamente, sono anche i tanti irregolari arrestati durante le retate che nell’ultimo anno hanno colpito Campo Marzio e i quartieri limitrofi. Vere e proprie incursioni intimidatorie dirette contro poveri, che conducono in carcere chi campa di espedienti o nell’inferno della macchina delle espulsioni chi non ha tutti i documenti a posto. Il carcere, del resto, è solo una delle facce di un dispositivo più grande, che mira alla completa gestione dei corpi e delle vite che li attraversano per sottometterli alle leggi dell’economia. Chi contrasta queste leggi, per scelta o per necessità, viene sistematicamente bandito dai luoghi dove ha scelto di stare, a ulteriore riprova che lo “spazio pubblico” è ormai realmente tale solo per le forze di polizia.
Eppure, in questo fosco quadro c’è ancora chi decide di mettere la propria vita in gioco a fronte dell’ennesimo ricatto, sia esso rappresentato dall’arroganza di un secondino o da un permesso di soggiorno. 
Esempi di ribellione  – urla di libertà che vogliamo ascoltare e non lasciare isolati.
Sabato 28 gennaio ore 15.00 
Campo Marzio (lato Viale Roma)
PRESIDIO CON CONCERTO
 Al fianco di chi resiste e lotta dentro le prigioni.

In solidarietà ai migranti che si ribellano. Premi e punizioni, ricatti e sfruttamento: sono parole d’ordine che regolano la vita in carcere così come nei C.I.E., negli hotspot e nei centri d’accoglienza. Luoghi di segregazione e morte – luoghi di controllo e prevaricazione dove annientare l’individuo.

Contro le misure sbirresche che vorrebbero cacciare dal centro chi vive la strada e non si conforma ai canoni della città vetrina.

musica con Mistura Mortale crew – microfono aperto – distro e materiale informativo
Sabato 4 febbraio dalle ore 15.00
carcere San Pio X (lato Via Aldo Moro)
PRESIDIO SOLIDALE
con i prigionieri
Galere e C.I.E non ne vogliamo più!

Gen 6 2017

Cie a Campalto?A volte ritornano

Quattro giorni fa una rivolta ha scosso il centro di prima accoglienza di Cona, in seguito alla morte per cause naturali di una ragazza e al ritardo nell’arrivo di medici e ambulanza per soccorrerla. Molto si è detto e scritto in questi giorni su ciò che è accaduto nella ex base militare, che “ospita” al momento più di 1500 persone. In mancanza di ulteriori fonti dirette e aggiornamenti sulla situazione rimandiamo al bell’articolo apparso sul blog Hurriya ieri, di cui qui trovate il link.

Sull’escalation di vessazioni che ha portato all’esplosione del 2 gennaio rimandiamo ad un altro articolo del medesimo blog (qui), dove vengono anche sollevate le responsabilità della cooperativa Ecofficina, nota anche come Edeco, vincitrice del bando per la gestione del centro. Responsabilità che appaiono tutt’altro che secondarie, data la fama che la cooperativa di Battaglia Terme si è guadagnata negli ultimi anni nei centri di accoglienza di Bagnoli di Sopra, Montagnana, Due Carrare e Oderzo.

Notizia odierna, tutta da confermare ma con buoni margini di attendibilità, è invece l’ apertura, nel prossimo futuro, un Cie nella zona di Campalto, conformemente alla volontà del governo di istituire un centro di identificazione e di espulsione in ogni regione.

Un progetto non nuovo, di cui si è molto parlato tra il 2010 e il 2011, che inizialmente doveva prevedere anche la costruzione di un nuovo carcere, attiguo al centro per migranti. All’epoca furono in molti a mobilitarsi, dalla Lega alla sinistra radicale, con presupposti in aperta contraddizione . Il progetto, che doveva rientrare nel piano carceri nazionale del 2009, finì con un nulla di fatto dovuto essenzialmente alla mancanza di fondi, già destinati alla costruzione della nuova ala del San Pio X e del nuovo carcere di Rovigo.

Singolare che l’ultima volta in cui pubblicamente si è riproposta la questione della costruzione di una struttura di reclusione in quell’area fu in seguito ad un’altra rivolta, quella dei detenuti di Santa Maria Maggiore nel 2015. Poco dopo i fatti il Movimento 5 Stelle dichiarò la necessità di disporre di un carcere più moderno ed efficiente, immaginandolo proprio sul vecchio progetto caldeggiato da Maroni.

Una volontà che sembra dunque persistere nel tempo, venendo rispolverata al manifestarsi di qualsiasi situazione di criticità e che ha tutta l’aria di essere “già pronta” nelle teste e nelle tasche di qualcuno.

Occhi e orecchie ben aperte, dunque.

 


Dic 16 2016

Parole da Belluno

Pubblichiamo qui sotto alcuni stralci di una lettera proveniente dal Baldenich, datata qualche giorno precedente al presidio di sabato scorso. La missiva racconta un pezzetto di quotidianità del carcere bellunese, ennesima conferma che, nonostante la bella faccia dell’amministrazione, le condizioni del penitenziario restano ad oggi problematiche.


Ciao XXX

Come stai? Qui per il momento quasi bene a differenza di qualche settimana fa.

Sono contento che veniate qui il 10 dicembre […] e più siete meglio è .

[…] Dovreste scrivere che nel carcere di Belluno non c’è l’acqua calda in cella e nemmeno la doccia. Abbiamo quelle comuni e sono non igieniche, c’è la muffa verde nei bagni. Il mangiare del carrello non cambia mai, è immangiabile.

Le istituzioni all’interno del carcere non funzionano: l’educatrice non si sa che ruolo abbia, non chiama i detenuti e per avere un colloquio dobbiamo aspettare settimane.

In questo carcere non danno permessi o permessi premio e l’articolo 21 non esiste proprio!


Dic 12 2016

Ancora a Baldenich

Il 10 dicembre alcuni solidali con tutti i reclusi si sono ritrovati sotto le mura del Baldenich, per la terza volta in un anno. Abbiamo già avuto ampiamente modo di parlare delle tante problematiche riguardanti il carcere bellunese le quali, a sentire le voci dei ragazzi dentro e non quelle dei giornalisti, paiono ben lungi dall’essere risolte. Aspetto positivo, dato dalla continuità di attenzione a questo penitenziario, è sicuramente il fatto che il presidio sia stato avvicinato da più di qualche residente del quartiere, uno dei più popolari della città, per chiedere informazioni su quanto stava avvenendo e notizie dall’interno.

Calorosa come sempre la risposta dei detenuti con i quali, nonostante qualche problema tecnico, si è riusciti per tutto il tempo a comunicare agevolmente.

Anche stavolta un pensiero particolare è stato rivolto a Mirco, ragazzo morto tra le mura di quel carcere nel 2010, in circostanze mai chiarite. Un fatto la cui memoria è ancora viva, grazie alla caparbietà dei suoi parenti e a quei fili invisibili che riescono a legare chi finisce privato della propria libertà.

Alla prossima!

img_20161207_113510


Dic 12 2016

Volo diretto

Il 5 e 6 novembre scorsi in molte carceri italiane hanno avuto luogo delle proteste a favore dell’amnistia e dell’indulto, promosse in concomitanza con la manifestazione romana del Partito Radicale. Tra i molti detenuti che hanno aderito a questo appello anche quelli del carcere veneziano di Santa Maria Maggiore, dove ci sono state battiture concentrate in tre diversi momenti di ogni giornata.

Pare che l’iniziativa in questione, dato il suo carattere prettamente rivendicativo e “ufficiale”, sia stata persino autorizzata dal comandante delle guardie. Eppure si sa per certo che un detenuto, ma forse più di uno, è stato trasferito in tutta fretta nel carcere calabrese di Paola proprio per aver promosso queste due giornate di mobilitazione. Un trasferimento avvenuto nottetempo via aereo,  senza informare l’interessato della destinazione e dei motivi del provvedimento, di cui si è venuti a conoscenza solo giorni dopo.

Un comportamento di certo inusuale, ma che può aiutarci a delineare il quadro di come viene trattato il dissenso dei detenuti del carcere veneziano. Se possibile, seguiranno aggiornamenti.

Foto: carcere di Baldenich, 10 dicembre scorso

baldenich-1012

 


Dic 4 2016

Di nuovo al Baldenich

Dopo qualche mese di assenza, sabato 10 dicembre prossimo ci si ritroverà nuovamente sotto al carcere di Belluno. La situazione al Baldenich ha visto qualche piccola “miglioria” di facciata dopo la rivolta dello scorso febbraio, ma sappiamo che non è bastata a sopire la voglia di battersi contro le condizioni di uno dei penitenziari peggiori (e più caldi) della regione.

Dalle 14.30 in via S. Giuseppe ci sarà un presidio solidale con tutti i detenuti, musica e microfono aperto.

Ci si vede tra i monti!

impaginato-10-dicembre-colore

Scarica manifesto a colori: impaginato-10-dicembre-colore

Scarica manifesto in bianco e nero: 10-dicembre-bn