Ott 29 2014

A la vie, a Rémi

Ci troviamo a scrivere questo comunicato a tre giorni dall’assassinio di Rémi Fraisse da parte della polizia francese, data la pressochè totale impossibilità di reperire informazioni in italiano sull’accaduto, in particolar modo sui media tradizionali. Probabilmente i maggiori quotidiani nazionali stanno aspettando ricostruzioni “ufficiali” del governo e della polizia francese, prima di esprimersi sull’accaduto: del resto troppo questa morte, e la lotta contro la costruzione della diga di Sivens, nel Tarn, è assimilabile alle varie situazioni di lotta contro le nocività nate in Italia negli ultimi anni, Val di Susa su tutte. Come troppe analogie presenta la condotta della gendarmerie e dei CRS con l’operato della polizia italiana per permettere di far uscire una versione veritiera e non filtrata dei fatti: quante volte abbiamo assistito a cariche folli in mezzo ai boschi o quante volte abbiamo visto la polizia, in assenza di telecamere o giornalisti, ricorrere a mezzi “non convenzionali” per fare veramente male ai manifestanti? Quante di queste situazioni potevano finire tragicamente con la morte di qualcuno?
Se diciamo questo non è perchè siamo caduti nella tentazione di piangerci addosso, o di invocare una polizia più democratica e legalitaria. E’ per dire che la morte di Rémi è una morte che riguarda tutti, non solo perchè Remi era un compagno ma perchè chiunque poteva trovarsi lì, in quel momento, vittima sia della violenza delle divise che delle mistificazioni e dell’infame opera di divisione tra buoni e cattivi che il governo, francese o italiano che sia, sta operando.
Ciò che trovate di seguito è una ricostruzione dei fatti che non abbiamo la pretesa di dire esatta, ma basata sulla traduzione di scritti e comunicati di movimento in francese e su alcune fonti dirette.
Seguiranno traduzioni dirette e aggiornamenti su quanto sta avvenendo in questi giorni in Francia, l’invito è quello di far girare queste notizie il più possibile, oltre ad organizzare azioni di solidarietà.

Sabato 25 ottobre a Sivens, nel Tarn, una manifestazione molto partecipata (oltre 7000 persone) che ha per oggetto l’opposizione a una diga che distruggerebbe irreversibilmente l’ambiente umido della regione termina in scontri con la polizia, che durano all’incirca fino alle 21.00. Nel corso della notte, in prossimità del cantiere di inizio lavori, gli scontri riprendono duramente, è qui, approssimativamente tra le 2 e le 3 del mattino, che Rémi perde la vita, accasciandosi al suolo dopo un’esplosione.
Il giorno successivo la polizia diffonderà la versione che Rémi sia morto lontano dal luogo degli scontri, simulandone il ritrovamento del corpo, tacendo sugli scontri della notte e affermando che la situazione, dal punto di vista dell’ordine pubblico, era ritornata alla normalità dopo i tafferugli del pomeriggio.
Secondo le testimonianze dei presenti Rémi sarebbe caduto a terra in seguito all’esplosione di una granata anti-accerchiamento o di una flash-ball, versione in parte confermata dalla prima autopsia ufficiale, secondo la quale le ferite letali sul collo di Rémi sarebbero compatibili con l’utilizzo di queste armi “non-letali”, regolarmente in dotazione alla polizia francese. Per granata anti-accerchiamento intendiamo un ordigno che, al momento dell’esplosione, emette un boato sonoro superiore a 150 decibel e la deflagrazione di un gran numero di piccoli frammenti di plastica. La flash-ball è invece un proiettile di gomma dura, simile per grandezza a una pallina da tennis, che, rimbalzando su varie superfici, provoca ferite contuse ai bersagli (l’utilizzo di quest’arma in maniera diretta, ovvero senza farla prima rimbalzare a terra, aveva già provocato il coma di un manifestante nei Paesi Baschi, non più tardi di tre anni fa). Il coordinamento promotore della manifestazione del 25 ottobre ha chiesto al governo una seconda autopsia indipendente, richiesta che, qualora dovesse venire rifiutata, confermerebbe ancora di più la colpevolezza della polizia.
Sempre secondo testimonianze dirette l’utilizzo di queste armi, nella notte tra il 25 e il 26 ottobre, sarebbe avvenuto in maniera diretta, ovvero tirando ad altezza uomo. Il corpo esanime di Rémi sarebbe stato inoltre subito portato via dalla polizia, tantoché in compagni presenti lo credevano semplicemente stordito e in stato di fermo.
La notizia della morte è stata diffusa solamente il giorno successivo (lunedì 27), e subito media e governo francesi hanno posto l’accento non sulla dinamica dei fatti ma sul temperamento della vittima (definito un violento e un alcolista), sottolineando la responsabilità delle “frange violente” nella morte del giovane.
I compagni presenti hanno denunciato invece l’atteggiamento provocatorio tenuto dalla polizia durante la giornata del 25 ottobre, presente in forze pur essendo il cantiere privo di macchinari o di operai da proteggere, con l’unico scopo di determinare duri scontri a manifestazione terminata. Scontri per mezzo dei quali ritrovare la legittimità per continuare con la costruzione di un’opera già definitiva nociva e economicamente non produttiva da più parti.
Nei giorni successivi si sono organizzate mobilitazioni in ricordo di Rémi e cortei di protesta in ogni città della Francia, molti dei quali sono stati duramente caricati.
Al momento i compagni francesi stanno lavorando per non far scemare l’attenzione sulla vicenda, per organizzare un appuntamento nazionale e unitario a breve e per fare in modo che il gioco del governo non intacchi la potenza di una lotta nata da poco (quella contro la diga di Sivens) ma che ha già saputo esprimere molto.
Seguiranno aggiornamenti.

 

 

A Remi Fraisse, assassinato dalla polizia francese.

Venezia, quartiere di Santa Marta

Venezia, quartiere di Santa Marta

Venezia, quartiere di Santa Marta

Venezia, quartiere di Santa Marta

Morte di Remi


Ott 27 2014

La solidarietà corre più veloce del TAV

Domenica 26 ottobre. Il vincitore della Venicemarathon 2014 Behailu Mamo Ketema viene salutato, all’altezza delle Zattere, da striscioni e bandiere solidali con i No Tav accusati di terrorismo.

Solidarietà ad alta velocità!

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Ott 17 2014

Benefit “Los Tettos”

Da quando abbiamo occupato l’ex Ospizio, il 4 novembre dello scorso anno, molti sono stati i lavori di ristrutturazione dovuti ad anni di incuria da parte della proprietà. Fra le parti maggiormente danneggiate della struttura il tetto: infiltrazioni, tegole mancanti, assi lasciate marcire che, oltre a contribuire a deteriorare la struttura dell’Ospizio, stavano anche creando danni alle case vicine.

Una serata, Los Tettos, per raccogliere fondi per proseguire nei lavori, in totale autonomia e senza chiedere nulla a nessuno.los tettos web

 


Ott 6 2014

Spazi pubblici contemporanei

Pubblichiamo qui un testo scritto a partire da alcune riflessioni sugli spazi pubblici contemporanei, letto e commentato durante il dibattito seguito alla proiezione di “Vite al centro” .

Il testo è scaricabile anche in .odt dal link qui sotto.

spazi pubblici contemporanei


 

SPAZI PUBBLICI DI LARGO CONSUMO NELLA CITTA’ CONTEMPORANEA

Gli spazi pubblici sono per la loro stessa natura spazi politici e culturali fondamentali rispetto ai processi di formazione delle identità sociali collettive: questo perchè stare fisicamente assieme ad altre persone in un ambiente significa inevitabilmente avviare dei processi di confronto collettivo, il cui esito è l’identificazione dei “simili”, ovvero delle persone con cui condividiamo delle attitudini, e quindi la costituzione di collettività, per le quali tali spazi si trasformano in “luoghi”, nel senso sociale-antropologico del termine: ad essi viene attribuito un carattere, una personalità che li rende unici e territorializzati, ovvero portatori di un senso collegato all’ambiente in cui si trovano e alle persone che lo abitano.
Nella società contemporanea si stabiliscono legami collettivi temporanei attorno agli individui, agli oggetti e alle immagini che appartengono alla cultura del consumo e dello spettacolo, piuttosto che ai grandi temi della religione, della politica e del lavoro. Le relazioni sociali non discorsive, figurali, digitali, estetizzate, hanno ormai completamente sostituito la parola e il razionalismo. Vige la comunicazione primaria, basata sui desideri, le emozioni, gli istinti primari. Ciò che ne deriva è una forte frammentazione culturale formata da piccoli gruppi con identità dinamiche, fragili: consumatori che vogliono e ottengono spazi usa e getta.
Lo spazio della socializzazione per eccellenza in queste conurbazioni estese contemporanee è quello dei centri commerciali, dei parchi divertimenti, dei waterfront commerciali, degli shopping mall. Una motivazione economico-funzionalista (comodità di parcheggio, ampia scelta di merci, costi più bassi) non è sufficiente a spiegare il successo di questi centri prevalentemente extra-urbani.
Per capire la fortuna di questi spazi è importante metterli in relazione col sistema urbanistico in cui si inseriscono. L’attuale assetto del sistema urbano del triveneto è caratterizzato da un iperestensione territoriale delle agglomerazioni (insediative, economiche e sociali), associata ad un fenomeno di ipermobilità che fa leva sull’uso dei veicoli privati e su una rete infrastrutturale estremamente articolata e differenziata; la città è policentrica, caratterizzata da uno stravolgimento della tradizionale gerarchia centro-periferia. Punto forte è quindi il rapporto diretto con la rete infrastrutturale automobilistica, che diventa sempre più l’elemento di attrazione e formazione di fenomeni agglomerativi in generale. A volte la costruzione di un centro commerciale è l’elemento propulsore della formazione di cittadelle periferiche terziarie, caratterizzate dall’affiancamento di spazi ospitanti vari servizi e funzioni (commercio specializzato, attività culturali (multisala) divertimento (discoteche) alberghi ecc. Ciò avviene attraverso una semplice giustapposizione di edifici e funzioni, senza relazione col contesto urbano: l’esterno è parcheggio. La tendenza è quella di assumere sempre più una dimensione globale, policentrica e scissa dal contesto fisico e sociale a cui questi spazi appartengono.
Innanzitutto vale la pena spendere due parole sulle caratteristiche fisiche di questi spazi: architetture introverse, ma con ingressi grandi e ben visibili (differentemente dalle uscite). Le grandi dimensioni dell’involucro li rendono riconoscibili anche da lontano nonché fortemente dominanti sul paesaggio; l’assenza di relazione tra interno ed esterno (la mancanza di aperture viene sopperita dalla presenza di potenti sistemi di circolazione dell’aria) toglie la percezione dello scorrere del tempo (e delle stagioni): quantità e qualità della luce nonché temperatura sono costanti al suo interno durante tutta la giornata come durante tutto l’anno. La presenza di elementi naturali come piante e acqua serve proprio come simulacro dell’ambiente naturale esterno e permette anzi di indirizzare la percezione delle stagioni in base alle strategie di mercato. Quello del centro commerciale è un ambiente altamente estetizzato e coinvolgente dal punto di vista visivo: illuminazioni spettacolari, vetrine accattivanti che propongono la decontestualizzazione delle merci riproposte in chiave scenografica e interni lussuosi. Il consumatore è però coinvolto anche dal punto di vista uditivo e olfattivo: frequenti la profumazione dell’aria attraverso gli impianti e la presenza costante di musica o jingle pubblicitari come sottofondo. In quest’ottica di estetizzazione anche tutto ciò che attiene alla produzione o al lavoro (magazzini, cucine, uffici ecc.) è nascosto, celato come un vero e proprio backstage con tanto di entrata differenziata e accesso riservato agli addetti ai lavori. Altra strategia di vendita applicata alla progettazione è la collocazione differenziata dei negozi: ai piani alti e in ombra i negozi ricercati e al piano terra e in luce i negozi più economici, tutto al fine di naturalizzare le differenze di potere d’acquisto; anche la decontestualizzazione delle merci in esposizione è una strategia che serve ad allontanare nel fruitore l’idea della vendita e dell’interesse economico, provocando paradossalmente al contempo una maggior propensione allo shopping.
Tuttavia la caratteristica e tecnica commerciale più significativa di questi spazi è l’utilizzo di riferimenti simbolici che rimandano all’immaginario collettivo. In particolare la simulazione di elementi pre-industriali ripropone gli ambienti tipici della città tradizionale estetizzati (e anestetizzati), rifacendosi a quell’immaginario nostalgico che idealizza l’età preindustriale collegata ad una sensazione di protezione e armonia, in cui si prediligono la passeggiata protetta, la dimensione controllabile a misura d’uomo, la naturalità.
Non dimentichiamo infine che stiamo parlando di spazi privati, nonostante vogliano riproporre ambienti pubblici. Persino lo spazio automobilistico, prerogativa necessaria al raggiungimento del centro commerciale, è un’estensione dello spazio privato dell’abitazione. Questi centri sono promossi da grandi gruppi economico-finanziari che operano a scala globale e che mirano alla formazione di un reticolo globale di scambio. Il processo di privatizzazione arriva a influenzare spazi e tempi di questi luoghi, in cui sono presenti dispositivi di controllo (telecamere e vigilantes) e regolamenti di comportamento interno specifici.
Per tutti questi motivi questi luoghi diventano quindi simulacri della realtà, ricreando nel fruitore uno stato d’animo favorevole ai processi di consumo. Parallela a questa strategia ma molto simile per certi aspetti è il rimando al futuro e alla modernità tramite l’utilizzo e l’esibizione delle più recenti tecnologie (maxi schermi, spettacoli luminosi).
La socialità tipica di questi spazi si rifà a contatti effimeri, mutevoli, provvisori ed empatici, basati su un presente continuo e idealizzato, sulla comunicazione tattile e sull’identificazione con i simboli della cultura consumistica. Le motivazioni che ci spingono a frequentare gli spazi del consumo di massa spesso non sono dettate da una reale necessità , bensì da un generico desiderio di distrazione, di straordinarietà. Questi contenitori di relazioni, in cui affluiscono gruppi già costituiti di persone (famiglie, piccoli gruppi di amici, coppie) che non interagiscono tra loro, costituiscono gli ambienti adatti alle forme di socialità effimere e provvisorie tipiche della cultura del consumo. Si tratta pur sempre di luoghi in cui si provano ed esprimono emozioni, ma le identificazioni collettive sono temporanee e prive di basi solide. Lo spazio pubblico diventa così esso stesso una merce, da consumare velocemente.
Allo stesso tempo si tratta di spazi escludenti, sia perchè non sono raggiungibili da chi sia sprovvisto di un’automobile, sia per gli individui singoli, in quanto risultano improvvisamente angoscianti se vissuti singolarmente, mostrandosi in tutta la loro pochezza. Risultato: frammentazione politico-culturale, esclusione sociale e crisi delle identità locali.
Si tratta di enclaves protette e sorvegliate che raccolgono segmenti sociali omogenei (i consumatori) ma non interagenti tra loro. D’altronde la volontà generatrice non è quella di creare interazione e ibridazione sociale, ma di procurare dei simulacri di socialità caratterizzati da momentanee interruzioni nella solitudine dei consumatore; ciò che manca non è tanto quindi la convivialità, quanto l’assenza di complessità, diversità sociale, interazione.

Questo non significa che i centri urbani tradizionali non vengono più frequentati: essi si sono adeguati ad un uso turistico che fa leva sul concetto di centro storico come simbolo di identità urbana, museificata ed estetizzata per diventare simulacro di sé stessa. Come nell’800 i boulevards erano il teatro della nuova borghesia che si riconosceva nell’attenersi a precise regole di comportamento (tipologia di vestiti, ora della passeggiata, capacità d’acquisto). Non molto differentemente oggi, gli spazi pubblici di largo consumo ricreano e propongono la situazione della passeggiata in centro davanti alle vetrine, che nonostante la sua pochezza viene vissuta come un’esperienza comunicativa (basata sull’osservare ed essere osservati, e quindi sul continuo contatto visivo con la folla che scorre), creando unità temporanee tra i presenti, proponendo spazi del profitto e dei rapporti di vendita come spazi della socialità in cui utilizzare il proprio tempo libero.
Un percorso che può essere quello interno di un centro commerciale come quello esterno delle strade illuminate a giorno di un centro storico: anche qui infatti la strategia adottata è quella della spettacolarizzazione dello spazio, museificato e riconvertito ad uso commerciale per i flussi turistici, a discapito naturalmente di un restringimento di spazi pubblici tradizionali e servizi per quei residenti che ancora permangono. Attitudini o tradizioni locali vengono enfatizzate, snaturate o addirittura reinventate, tutto al fine di convertirle in termini commerciali: lo spazio pubblico funziona allora come fattore di innalzamento del valore simbolico (e quindi economico) del bene o del servizio venduto.


Ott 3 2014

Proiezione Vite al Centro

locandina web

Di seguito trovate il link al trailer e al sito del documentario:Vite al Centro